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Alla fine del 1800 l’agricoltura del paese, come per il resto della Sardegna, era arretrata. Fra le cause vi erano: il frazionamento delle proprietà, l’inadeguatezza dei macchinari, la scarsità dell’acqua e la mancanza di sistemi di irrigazione. Alberto la Marmora descrive un vecchio metodo di semina del grano utilizzato a Capoterra: la semina “A Roccu”, si ponevano tre o quattro chicchi in ognuno dei buchi fatti con un cuneo di legno. Una certa ripresa dell’economia del paese si ha grazie all’opera del marchese Stefano Manca di Villahermosa, che, con le sue opere di bonifica e l’introduzione di nuovi mezzi per l’agricoltura, come l’aratro in ferro, fa si che le sue aziende diventino dei modelli. All’inizio del xx secolo vennero distrutti i vecchi vigneti che spesso venivano attaccati dalle malattie e piantata la vite americana più resistente. Si svilupparono inoltre le piantagioni delle carrube e delle mandorle. I ricchi proprietari terrieri possedevano i 2\3 dei terreni di Capoterra, non coltivavano loro direttamente la terra ma assumevano dei dipendenti, chiamati “serbidoris”,abituati a lavorare nell’azienda. Solo cinque o sei erano a Capoterra le famiglie proprietarie di terre o bestiame. Si producevano grano, orzo, fave, vino, miele, mandorle, formaggio di pecora, e anche lana e pellami. Il bestiame era composto da greggi di capre e pecore, diverse mandrie di bovini, un buon numero di maiali, circa venti cavalli e alcune decine di asini. Capre pecore e suini venivano allevati in montagna. Queste attività rappresentavano l’economia di Capoterra e venivano praticate con una grande disponibilità di manodopera. I braccianti che lavoravano nelle aziende venivano pagati con generi alimentari e un piccolo compenso in denaro. I proprietari (meris, proprietarius) avevano un lavoratore fidato “Sozu” che era a capo delle operazioni dell’annata e che aveva una partecipazione agli utili dell’azienda. Egli era autorizzato dal padrone a sfruttare la manodopera, assumeva, pagava, licenziava. Altri proprietari invece stipulavano con un contadino fidato un contratto di mezzadria “a mesu a pari”. In questo caso il proprietario metteva a disposizione il terreno, pagava le imposte, comprava le sementi e sosteneva metà delle altre spese , a lui spettava metà del raccolto. Il contadino che svolgeva il lavoro manuale aveva l’altra metà.
Il progetto per ricavare una salina dagli acquitrini di Santa Gilla risale al 1918 e dell’Ing. Luigi Conti Vecchi. Lo Stato concesse la possibilità di eseguire i lavori di bonifica degli acquitrini, anche per debellare la zanzara portatrice della malaria, in cambio dello sfruttamento delle saline per 90 anni. Tra il 1924 e il 1927 venne attuato il progetto che prevedeva la divisione dello stagno in tre zone: due all’estremità della laguna in cui erano convogliati i fiumi (Mannu a nord, Imboi e S.Lucia a sud), al centro un grande bacino separato da un ampio argine. Furono prosciugate zone paludose e aperto un canale lungo 6 km. Il bacino era diviso in sei scomparti e questi divisi in caselle salanti disposte a terrazzi con un dislivello; l’acqua del mare veniva aspirata dalle idrovore (grosse pompe di sollevamento) al livello dell’8° km della S.S. Sulcitana e immessa nelle vasche principali che per effetto del dislivello procedeva verso le parti basse. Come prodotto finale si otteneva non solo il sale ma anche altre sostanze (solfato di magnesio, cloruro di magnesio etc.). Mentre il prodotto sale è sempre costante nel tempo, il tempo ha cambiato il modo in cui trasformarlo.Si distinguono diversi periodi:
- prima della seconda guerra mondiale il lavoro era svolto da operai stagionali (da aprile ad ottobre) pagati a cottimo. Il sale veniva estratto dalle caselle dagli operai detti attelatori che dopo aver picconato la superficie della crosta salata spalavano
con un apposita pala il sale che veniva poi trasportato con grosse carriole di legno sino al cumulo principale da dove poi veniva trasportato attraverso chiatte galleggianti sino al porto S.Pietro;
- dopo la guerra invece aumentò il numero delle cooperative di lavoro sino agli anni cinquanta, quando nacque un villaggio in prossimità delle saline (Borgata S.Gilla). In questo periodo ebbe inizio la meccanizzazione sia per l’estrazione che per il trasporto; vennero introdotte le raccoglitrici che dotate di lame raschiavano il fondo delle caselle e attraverso un nastro trasportatore trasferivano il sale su un camion;
- negli anni 70 le saline diventarono proprietà della SIR-RUMIANCA che sfruttava il sale per scopi industriali (produzione PVC).
Oggi le saline fanno parte del CASIC, si estendono per 1900 ettari e vengono pompati dal mare 20 milioni di metri cubi di acqua. Attualmente si contano 300 caselle e si raccoglie circa 10000 metri cubi di sale al giorno.
A Capoterra l’uccellagione era una risorsa stagionale importante alla quale facevano ricorso i disoccupati e tutti coloro che si trovavano in condizioni economiche disagiate. I tordi venivano catturati con reti o lacci di crine di cavallo,spennati, lessati, salati e riuniti in gruppi di otto, con un ramoscello di mirto fatto passare attraverso le narici di ogni esemplare e conservati ancora caldi tra le foglie di mirto. Si formava così il tipico insieme di grive detto “mazzo di grive” o “taccua”. Vi era, infatti, “Sa taccua de ottu pillonis”(il mazzo di otto grive) e “Sa taccua e fiu”(il mazzo di otto più un filo di mirto con altre 4 grive).
Gli uccelli transitavano (come pure avviene attualmente) presso i monti del paese da novembre a febbraio. Il passaggio coincide con il periodo in cui sono maturi i frutti tipici della macchia mediterranea (il corbezzolo, il mirto, il lentisco, l’olivastro e il ginepro), dei quali si nutrono i tordi e i merli. L’uccellatore di mestiere (pillonadori) preparava i lacci in estate. Vi erano due tipi di lacci: di terra e di pianta. Per i primi si usavano crini bianchi, neri per i secondi. Per realizzare le trappole era necessario,oltre ai crini, avere dei ramoscelli freschi di mirto molto flessibili che scattavano e catturavano gli uccelli quando questi tentavano di mangiare una bacca di corbezzolo o di altra pianta. Intorno al XIX secolo si diffuse il commercio di questo prodotto, che contribuiva all’economia del paese, e pertanto dava un’ opportunità di lavoro a numerose famiglie. Oggi l’uccellagione è un’ attività vietata dalla legge. Già nel 1978 la Regione Autonoma della Sardegna emanò disposizioni per rendere illegale l’uso di lacci e di reti per la cattura degli uccelli.
A partire dalla seconda metà del secolo XIX ebbe un grande sviluppo la pratica del taglio delle fascine. Queste riuscivano ad alimentare quasi tutti i forni della zona di Capoterra. Svolgevano questo lavoro i braccianti capoterresi che lavoravano per conto di chi riusciva ad ottenere la concessione. Il guadagno era minimo e dipendeva dalla quantità di legna che si riusciva a portare in spalla. Si trattava di un lavoro molto faticoso: bisognava percorrere tanti chilometri a piedi per arrivare al luogo in cui si tagliavano i cespugli secchi di cisto, lentisco e corbezzolo. Ogni lavoratore preparava le fascine che poi venivano accatastate e portate in spalla presso punti di raccolta in attesa di essere trasportate nel paese con i carri.
A Capoterra, un’antica attività stagionale fu la raccolta dei giunchi, essi venivano raccolti nella zona di Tuerra e tra Su Loi e Villa D’Orri. Il giunco veniva raccolto e lasciato essiccare al sole e poi essere usato per fare lavori di intreccio come: cestini, staci, canestri e canestrelli. La raccolta veniva fatta a giugno. A luglio si raccoglievano anche altre piante come la latifoglia e l’angustifoglia. La raccolta era divisa in tre fasi:
I. nella prima fase l’agricoltore tagliava nel punto più basso la pianta;
II. nella seconda si dividevano i giunchi per lunghezza: i più piccoli e corti, erano riservati ai lavori di intreccio, i più grossi, robusti e lunghi servivano per fare funi, nasse e ceste;
III. nella terza fase si faceva essiccare il raccolto al sole. Inoltre l’agricoltore, ogni tanto, aveva cura di girare i giunchi, in modo tale che l’essiccazione avvenisse in modo uniforme.
Oltre ai giunchi, anche le canne ebbero un loro mercato. Servivano a fare cestini, e da sostegni per le piante piegate. L’Ardunco Donax (Canna) veniva raccolto in grande quantità nelle zone paludose e vicino ai torrenti.
Per tanto tempo, la SS 195 e quella provinciale Capoterra-La Maddalena, non avendo l’asfalto avevano bisogno di continue manutenzioni. Era cioè necessario riempire di pietre le buche che sì formavano con le piogge e con il passaggio dei carri. Vi era perciò una grande richiesta di ghiaia per provvedere alla riparazione. Quindi occorreva spaccare le pietre più grandi con la mazza, dato che i frantoi non esistevano ancora. Anche a Capoterra, si sviluppo, il rifornimento di ghiaia, e a quel tempo erano tante le famiglie impegnate in questo lavoro che prevalentemente veniva svolto in estate.
Il territorio di Capoterra ha subito negli ultimi 30-35 anni un grande sviluppo demografico con una conseguente trasformazione sia del territorio che delle attività economiche più tradizionali. Soprattutto dal 1951 ad oggi Capoterra è cambiata in modo radicale e in questi 45 anni si sono avute trasformazioni socio-economiche così profonde da lasciare interdetti vari studiosi di problemi demografici. La crescita del numero di abitanti è stata impetuosa raggiungendo alla fine del dicembre 1995 il valore di 18.350. Si conoscono i motivi di questo poderoso incremento: la forte immigrazione di cittadini da Cagliari e di altri comuni vicini che hanno scelto Capoterra come luogo di residenza. Tutto ha avuto inizio negli anni 60, prima nella zona litoranea, con le lottizzazioni di Maddalena Spiaggia, Picciau, Frutti d’Oro 1° e 2° e La Vigna, Torre degli Ulivi e Su Spantu, e poi in quella collinare di Birdiera-Pauliara con Poggio dei Pini e Residenza del Poggio. Ultime in ordine di tempo sono state realizzate le lottizzazioni di Rio San Girolamo, Coop. Mille, Coop. Cento e Residenza del Sole. Le ragioni che hanno indotto le famiglie a trasferirsi nel territorio di questo Comune, sono varie: per alcuni si è trattato di una vera e autentica fuga dalla città diventata ormai invivibile per il traffico, per altri ha rappresentato la possibilità di una casa circondata da un giardino, vicino alla collina oppure al mare. Sulla scelta ha avuto un peso preponderante il fatto che i nuovi centri residenziali siano relativamente vicini alla città, e quindi facilmente raggiungibili per chi deve recarsi al lavoro, e alle zone industriali di Macchiareddu e Sarroch. Su queste industrie erano state riposte tante speranze per il decollo dell’economia locale, ma non si può certo affermare che abbiano dato quella svolta che da esse si attendeva. Infatti, molti giovani in mancanza di una specializzazione lavorano come manovali nell’edilizia, o presso falegnami, fabbri, carrozzieri e meccanici. L’economia del paese si basa prevalentemente sull’agricoltura praticata in serra. Si coltivano: fiori, ortaggi, in particolare il pomodoro che è venduto non solo nei mercati della Sardegna ma soprattutto nel resto d’Italia. Il lavoro nelle aziende agricole è effettuato prevalentemente a conduzione familiare con un utilizzo minimo di manodopera locale nei periodi di raccolta. L’allevamento del bestiame non ha una grande rilevanza per l’economia del paese, esistono circa 40 aziende.