Menu principale:
La storia di Capoterra inizia, secondo i ritrovamenti di siti archeologici, già nel periodo prenuragico (precedente i nuraghi). Infatti nel territorio di Capoterra, sia vicino al mare, sia sulla montagna, sono state rinvenute tracce di insediamenti prenuragici, fenicio-punici, romani e altri insediamenti abitativi più recenti. Molti reperti archeologici sono stati rinvenuti in tante necropoli (antichi cimiteri) che sono state per lo più devastate dai “tombaroli”. Per fortuna alcune di questi reperti sono stati salvati e consegnati al museo archeologico di Cagliari. La zona di Capoterra fu, in epoca fenicia e romana, una importante zona di transito e di sosta tra le due grandi e antiche città Nora e Karalis (Cagliari). Sono state rinvenute, sia nella zona di Orri che della Maddalena, tracce dell’antica strada romana e di antiche pietre miliari (che segnano le miglia) che indicano 11 miglia romane. Secondo certi studiosi la strada Nora-Kalaris passava nel lungomare dell’attuale Giorgino (l’attuale SS 195); altri studiosi invece ritengono molto improbabile che la strada potesse scavalcare l’ampio stagno di Santa Gilla, soprattutto durante l’inverno, con la piena dei fiumi che lì sfociano. Protendono invece per una strada che, aggirando lo stagno, passasse vicino all’attuale Capoterra, Assemini, Elmas e quindi Cagliari.
Durante il periodo dell’Impero Romano, il territorio di Capoterra, vive momenti di grande splendore e di importanza strategico- militare e commerciale. Lo dimostrano tracce di antiche ville romane, di fabbriche di vetro e terra cotta, che sicuramente primi sfruttamenti delle miniere sulle montagne. Dopo la caduta dell’Impero Romano e le prime invasioni barbariche, soprattutto ad opera dei Vandali la zona di Capoterra, come tutta la costa sarda, si spopola e il territorio di Capoterra perde l’antica importanza. Solo dopo l’anno 1000 e più precisamente verso il 1200 ritroviamo nuovi insediamenti abitativi, nella zona di S. Barbara dove in questo periodo viene costruita, su tracce di un antico eremitaggio, l’attuale chiesetta e poi in seguito un piccolo villaggio. Non molto lontano da S. Barbara fu costruita probabilmente nel 1625 un’altra chiesetta dedicata a S. Gerolamo. Questi due santi sono stati tra i più venerati dalla tradizione religiosa popolare capoterrese. E’ durante la dominazione Spagnola che fu fondato nell’attuale paese di Capoterra un primo nucleo abitativo chiamato villa di Sant’ Efisio; fu il nobile di origine spagnola Gerolamo Torrellas che si impegnò di fondare il nuovo villaggio nella sua baronia invitando a popolarlo dei fuoriusciti del Logudoro e della Gallura. Da qui la leggenda che vede Capoterra fondata da banditi ex carcerati. Certo che, per i primi abitatori dell’attuale Capoterra non fu semplice affrontare i sacrifici per la bonifica del territorio da tempo abbandonato anche a causa del terreno paludoso e della malaria che già allora mieteva molte vite. Era il 1655, il barone Gerolamo Torrellas metteva a disposizione parte del suo feudo per la nascita di un nuovo paese che ne avrebbe accresciuto il valore socio-economico. Dopo un anno si contavano nel piccolo villaggio 7 fuochi (famiglie), ogni famiglia veniva conteggiata per un numero medio di 4 persone per cui possiamo considerare che la villa di Sant’Efisio (attuale Capoterra) poteva essere abitata da circa 28-30 persone. Per renderci conto dell’aumento medio della popolazione possiamo notare che da un censimento effettuato 22 anni dopo cioè nel 1678 i fuochi erano 39 per una popolazione di 156 persone.
Inizia per la Villa di Sant’Efisio (Capoterra) la storia che da piccolo villaggio la porterà all’attuale situazione. Per circa 150 anni il territorio di Capoterra viene governato con un sistema feudale dove i baroni imponevano tutta una serie di Imposte e Balzelli su tutte le attività e produzione legate alla vita della popolazione. Il villaggio veniva in minima parte amministrato da una specie di consiglio comunale composto da persone appartenenti alla comunità da almeno dieci anni ed essere conosciuti come persone serie, oneste e principalmente benestanti. Il governo feudale imposto dai baroni durò fino all’avvento del Regno di Sardegna, infatti fu proprio il Re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia che con un Editto pose termine al feudalesimo in Sardegna. All’inizio del 1800 un’altra famiglia di nobili della zona darà al territorio di Capoterra una spinta verso il progresso soprattutto in campo agricolo. Fu infatti il marchese Stefano Manca di Villahermosa che costruì e impiantò due splendide aziende modello: l’attuale Villa d’Orri e l’ormai fatiscente Tanca di Nissa (nei pressi dello stagno vicino alla Coop. 1000). L’intervento nel territorio fu così evidente e drastico tanto furono deviati gli ultimi chilometri del Rio Santa Lucia per farlo scorrere e sfociare nei pressi dell’azienda agricola di Tanca di Nissa dove sfocia tuttora.
Mentre in Italia nasce il regno che la vedrà finalmente riunita sotto un unico governo, la Sardegna esce dal prolungato feudalesimo e si avvia verso un’economia più moderna. Il territorio di Capoterra in particolare è interessato da un importante intervento con la costruzione degli impianti per lo sfruttamento del materiale ferroso (miniere di ferro). La miniera di San Leone fu costruita attorno al 1860 da una società francese che, capeggiata dall’Ing. Leon Gouin, diventò ben presto uno dei principali sbocchi lavorativi della popolazione del luogo. Per immaginare quanto poteva essere importante questa miniera, dobbiamo ricordare che qui venne costruita la prima tratta ferroviaria della Sardegna. All’inaugurazione della ferrovia partecipò il 23 novembre 1867 il principe Umberto 1° di Savoia, nella casa padronale della miniera di San Leone vi è ancora una lapide che ricorda l’evento. La ferrovia collegava le montagne interessate alla miniera con il pontile costruito a sinistra della spiaggia della Maddalena e del quale rimangono ancora tracce sott’acqua e dei pali di sostegno affioranti a circa 200 metri dalla spiaggia; tutto introno alla stazione ormai inglobata in locale pubblico nella zona di Mara Mura si trovano ancora molte tracce di minerali provenienti dalla miniera. Nella miniera di San Leone vi lavorarono centinaia di capoterresi fino alla chiusura avvenuta negli anni 1962/63. L’Ing. Leon Gouin, grande appassionato di archeologia, organizzò scavi nei vari siti archeologici della zona e molti reperti possono essere osservati nel museo archeologico di Cagliari. Ora la miniera è di proprietà della famiglia Corda Argiolas di Monserrato-Pirri che negli ultimi anni ha utilizzato le vecchie gallerie per l’invecchiamento di vini pregiati. Si spera che questo sito minerario possa diventare un punto di riferimento per lo studio dell’ambiente anche con scopi di turismo.
Con l’unità d’Italia e con una solida monarchia costituzionale arriva anche per la Sardegna e quindi per Capoterra una forma accettabile di democrazia . Tutto questo permette al territorio di Capoterra di svilupparsi e di progredire sia dal punto di vista sociale che da quello economico. La vicinanza con Cagliari viene sfruttata soprattutto ai fini commerciali , molti prodotti del mondo dei contadini, dei pastori, dei cacciatori, dei pescatori dello stagno, dei raccoglitori dei prodotti della montagna e della “tuerra” ( zona paludosa ) consentivano agli abitanti di Capoterra, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo di migliorare la propria situazione economica. Si susseguono in questo decennio vari consigli comunali e sindaci eletti democraticamente; il paese all’inizio del XX° secolo assume un aspetto più civile con la sistemazione delle strade e dell’illuminazione pubblica e c’era anche un collegamento giornaliero con Cagliari attraverso una carrozza postale trainata da cavalli. Con l’avvento del fascismo (1922) comincia a interrompersi l’amministrazione democratica del paese. Nelle città come nei paesi più piccoli vengono nominati al posto del sindaco e dei consiglieri, i così detti Podestà che diventano quindi gli assoluti e unici responsabili delle amministrazioni comunali. Il Podestà veniva nominato dal prefetto, dietro consiglio del Partito fascista, a cui doveva ubbidire ciecamente e rendere conto del proprio operato. La libertà di parola, di stampa, sindacale e di opinione politica furono represse e i trasgressori venivano severamente puniti. Gli stessi bambini a scuola dovevano vestirsi con una specie di divisa paramilitare e venivano chiamati: i maschi “piccoli balilla” e le femmine “piccole italiane”. Naturalmente la vita civile e sociale di Capoterra prosegue nonostante la repressione fascista; con l’avvicinarsi della seconda guerra mondiale il nostro territorio diventa una specie di grande campo militare disseminato di fortini per difendersi da eventuali invasioni nemiche. Lo scoppio della seconda guerra mondiale con tutte le sue devastanti conseguenze per Cagliari e dintorni, arrecherà gravi danni economici e carestia che si risolveranno solo nell’avanzato dopoguerra, nel cosiddetto periodo della rinascita attorno al 1950-1960. C’è però da ricordare e da sottolineare che nel referendum nazionale per scegliere se mantenere la monarchia o introdurre la repubblica in Italia, i simpatizzanti monarchici risultarono quasi il doppio dei repubblicani a Capoterra. Infatti la monarchia prese 1123 voti, mentre i voti per scegliere la repubblica furono appena 678.
La ricerca è stata fatta utilizzando diversi testi sulla Sardegna, in particolare la fonte primaria è stata il testo di Emanuele Atzori (1996) "CAPOTERRA, da baronia feudale a periferia urbana". Carlo Delfino Editore, Sassari.